Essay: Movimenti fissi e gioie visibili negli oggetti scultorei di Tyrome Tripoli

by Paul D'Agostino

Tyrome Tripoli

Tyrome Tripoli nel suo studio a Bushwick, Brooklyn, aprile 2013.

Più interazioni che reazioni, più risultati che sculture, più integrazioni che interventi, più evoluzioni antropologico-naturali che creazioni di per sé fondamentali, più montaggi iper-spaziali che riciclaggi essenziali: gli oggetti scultorei di Tyrome Tripoli sono fatti e manufatti tramite manufatturazioni lasciate andate, diffuse o perdute, in un certo senso, per poi venire rimontate come incatenamenti a metà progettati, a metà casuali, eppure quasi sempre, e quasi interamente, visibilmente smontabili. Dalle piccole alle grandi alle grossissime, le opere di quest’artista sono più sculture di altre ‘sculture’ che materiali meramente scolpite—opere invariabilmente ed indubbiamente singolari benché insiemi di prodotti e rifiuti altrui spesso assai meno unici. L’armonia organica degli esiti è straordinaria per definizione: avesse la Natura stessa giocattoli, sarebbero forse molto simili.

Artista americano che si nutre creativamente ed esteticamente più delle strade del proprio quartiere a Brooklyn che della propria città di New York City in generale, Tripoli rimane sempre ispirato sia dal suo passato come studente di biologia, arte e storia dell’arte, sia dal suo presente come fabbricante di mobili squisitamente unici—letti, tavolini, scale a spirale e così via, fatti per la maggior parte di ferro, acciaio o bronzo. L’artista prende spunto da tali insegnamenti e da tali attività nella sua opera di scultore e, al contempo, se ne libera. I metalli pesanti e grigiastri usati nei suoi mobili vengono sostituiti da oggettoni e oggettini di plastica o di legno, per la maggior parte, e di colori e forme svariatissimi, beccati per strada qua o là o forse dimenticati nell’angolino del garage o dello studio di un amico.

Tyrome Tripoli

Sculture, sculturine e altri oggetti vari nello studio di Tyrome Tripoli.

Tripoli sceglie colori lucidi e brillanti, pezzi robusti e rotondi, per poi ‘dipingere’ e scolpire con essi senza modificarli, tagliarli o riformarli, e quest’ultimo fatto gli è chiave. I componenti si manifestano nelle sculture così come sono stati trovati, ma gli insiemi che producono, che diventano, sono di sicuro ben diversi: strutture, creature ed architetture improbabili o impossibili che spuntano su dal pavimento o giù dal soffitto—o su dal tetto verso il cielo, come l’opera immancabile che indica e personalizza lo studio-garage dell’artista. Forme riconoscibili come animali o strutture, quindi, ma solo come suggerimenti: ciò che si vede è stranamente familiare—soprattutto quando vi si notano giocattoli posseduti da piccoli—ma anche veramente strano, oggetti curiosi e divertenti che non hanno nome e non ne hanno bisogno. Distillazioni scultoree, ecco, di animazioni—stile anni ‘70 o ‘80, diciamo. Montaggi sintentizzati in una forma sola, in un momento solo, da cartoni animati interi con tutta l’energia, tutto il movimento, tutta la giocosità di tali immaginazioni rimasti in qualche modo viventi e visibili. Il programma così riprogrammato, però, è sempre lo stesso, ed è forse una cosa che tutti scrivono, almeno in testa: un programma immaginato o immaginabile da creazioni potenziali, riorientazioni di cose viste o pigliate—come personaggi, diciamo—strada facendo—come sceneggiature possibili—intorno allo studio o verso casa.

È ben più che possibile, quindi, che la Natura stessa abbia dei giocattoli, e che Tripoli sia fra i suoi fabbricanti. Ciò che tutti e due vorrebbero comunicare, però, è che siamo tutti capaci—in qualche modo, a livelli diversi, anche se solo tramite immaginazioni—di fabbricarli.   

Tyrome Tripoli

Dondolando pure dal soffitto: sculture finite e pezzi potenziali nello studio di Tripoli.

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—  Paul D’Agostino, Ph.D., è artista, scrittore, traduttore e professore che vive e lavora a Brooklyn, New York City.

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